SALVIAMO LA 194, APPLICHIAMO LA 194

Lo scorso 20 giugno,
la Consulta ha rigettato il dubbio di costituzionalità sull’articolo
4 della legge 194 che recita: “
Per
l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi 90 giorni,
la donna che accusi

circostanze
per
le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità
comporterebbero un

serio pericolo per la sua salute fisica o psichica
,
in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni
economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è
avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni
del concepito,
si
rivolge a un consultorio pubblico, o a una struttura sociosanitaria a
ciò abilitata dalla Regione, o a un medico di sua fiducia

per
procedere con l’aborto
.
Secondo
il giudice
che
si è rivolto alla Consulta ci

sarebbe potuta essere “incompatibilità” con gli articoli 2

(diritti inviolabili dell’uomo)

e 32
(tutela
della salute) della Costituzione italiana e con “la definizione e
la tutela dell’embrione umano enunciate dalla Corte di giustizia
europea in sede di interpretazione del divieto di brevettabilità
delle utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali e
commerciali”. Il ruolo di questo giudice tutelare di Spoleto
avrebbe dovuto essere solo quello di attestare che vi fossero almeno
una delle condizioni enunciate dall’articolo 4 e non quello di
porre una questione di legittimità della legge stessa.

Anche questa volta siamo state con il fiato sospeso, ci siamo chieste
perché da quel (non troppo in verità) lontano 1978, la nostra tanto
esaltata autodeterminazione, la nostra dignità e libertà di scelta
siano state e continuino ad essere oggetto di strumentalizzazione
politico-religiosa quando, invece, dovrebbe essere ormai essere
scontata la loro condivisione. Il tanto atteso sospiro di sollievo
che abbiamo tirato il 20 giugno, non sarà poi così lungo dal
momento che dovremo attendere ancora molto prima di vedere scritta la
parola “fine” alle continue polemiche e ai boicottaggi relativi
alla legge 194 poiché si continuerà a tentare di cancellare con un
colpo di spugna un diritto acquisito in anni di lotte e di campagne
per la conquista di una condizione fondamentale per ogni essere
umano: quello di essere padroni del proprio corpo. L’elevato numero
di personale medico e non che esercita l’obiezione di coscienza
all’interno di strutture sanitarie pubbliche rende di fatto di
difficile applicazione il diritto all’interruzione di gravidanza.
L’obiezione di coscienza è stata introdotta nel 1978 insieme alle
legge 194 con lo scopo di garantire la possibilità di agire secondo
coscienza al personale che già esercitava nelle strutture pubbliche.
Oggi, dopo trentaquattro anni dall’introduzione della legge, il
numero degli obiettori è talmente elevato da renderne a dir poco
impossibile l’applicazione di tale legge. Questo costringe molto
spesso le donne che vogliono sottoporsi ad interruzione di gravidanza
a dover cambiare città o regione per eseguire un intervento che in
troppi continuano a chiamare “il comodo rifiuto del figlio scomodo”
(la citazione è ripresa dal comunicato stampa del Comitato Verità e
Vita del 23 giungo 2012), compiendo un vergognoso e violento attacco
verso la dignità di ogni donna ed ignorando ogni principio di
autodeterminazione. Apprezziamo e sosteniamo l’analisi proposta da
chi considera l’obiezione di coscienza all’interno delle
pubbliche strutture sanitarie come un’attività di boicottaggio di
una legge dello Stato (ricordiamo, ancora laico), in quanto limita (e
in molti casi nega) l’accesso ad un servizio sanitario che deve
essere garantito, rispettando tempi e modalità precise. Un parallelo
interessante può essere creato con le circostanze in cui l’obiezione
di coscienza veniva applicata alla leva militare prima che questa
venisse abolita (un esempio che ci fornisce in maniera semplice e
diretta Alessandro Chiometti – Civiltà Laica in un articolo a sua
firma pubblicato nell’ottobre 2011): chi si sottraeva all’obbligo
di leva, non aveva la possibilità di accedere a professioni che
prevedevano l’utilizzo di armi. A chi sostiene che lo Stato deve
lasciare i propri cittadini liberi di assecondare la propria
coscienza, rispondiamo che la professione medica nelle strutture
pubbliche si esercita per libera scelta e, che, esercitare la
propria professione in una struttura pubblica, significa abbracciare
a priori e di conseguenza applicare tutte le leggi che questo stato
emette senza frapporre istanze finto moralistiche legate ad un
ottica di comodo e a fini carrieristici. Terni Donne sostiene la
campagna IL BUON MEDICO NON OBIETTA, promossa dalla Consulta di
Bioetica Onlus, a sostegno dei ginecologi non obiettori e dei diritti
delle donne. Condividiamo profondamente l’obiettivo della campagna,
ovvero quello di mettere in discussione la legittimità del diritto
all’obiezione. TERNI DONNE

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SALVIAMO LA 194, APPLICHIAMO LA 194

Lo scorso 20 giugno,
la Consulta ha rigettato il dubbio di costituzionalità sull’articolo
4 della legge 194 che recita: “
Per
l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi 90 giorni,
la donna che accusi

circostanze
per
le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità
comporterebbero un

serio pericolo per la sua salute fisica o psichica
,
in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni
economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è
avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni
del concepito,
si
rivolge a un consultorio pubblico, o a una struttura sociosanitaria a
ciò abilitata dalla Regione, o a un medico di sua fiducia

per
procedere con l’aborto
.
Secondo
il giudice
che
si è rivolto alla Consulta ci

sarebbe potuta essere “incompatibilità” con gli articoli 2

(diritti inviolabili dell’uomo)

e 32
(tutela
della salute) della Costituzione italiana e con “la definizione e
la tutela dell’embrione umano enunciate dalla Corte di giustizia
europea in sede di interpretazione del divieto di brevettabilità
delle utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali e
commerciali”. Il ruolo di questo giudice tutelare di Spoleto
avrebbe dovuto essere solo quello di attestare che vi fossero almeno
una delle condizioni enunciate dall’articolo 4 e non quello di
porre una questione di legittimità della legge stessa.

Anche questa volta siamo state con il fiato sospeso, ci siamo chieste
perché da quel (non troppo in verità) lontano 1978, la nostra tanto
esaltata autodeterminazione, la nostra dignità e libertà di scelta
siano state e continuino ad essere oggetto di strumentalizzazione
politico-religiosa quando, invece, dovrebbe essere ormai essere
scontata la loro condivisione. Il tanto atteso sospiro di sollievo
che abbiamo tirato il 20 giugno, non sarà poi così lungo dal
momento che dovremo attendere ancora molto prima di vedere scritta la
parola “fine” alle continue polemiche e ai boicottaggi relativi
alla legge 194 poiché si continuerà a tentare di cancellare con un
colpo di spugna un diritto acquisito in anni di lotte e di campagne
per la conquista di una condizione fondamentale per ogni essere
umano: quello di essere padroni del proprio corpo. L’elevato numero
di personale medico e non che esercita l’obiezione di coscienza
all’interno di strutture sanitarie pubbliche rende di fatto di
difficile applicazione il diritto all’interruzione di gravidanza.
L’obiezione di coscienza è stata introdotta nel 1978 insieme alle
legge 194 con lo scopo di garantire la possibilità di agire secondo
coscienza al personale che già esercitava nelle strutture pubbliche.
Oggi, dopo trentaquattro anni dall’introduzione della legge, il
numero degli obiettori è talmente elevato da renderne a dir poco
impossibile l’applicazione di tale legge. Questo costringe molto
spesso le donne che vogliono sottoporsi ad interruzione di gravidanza
a dover cambiare città o regione per eseguire un intervento che in
troppi continuano a chiamare “il comodo rifiuto del figlio scomodo”
(la citazione è ripresa dal comunicato stampa del Comitato Verità e
Vita del 23 giungo 2012), compiendo un vergognoso e violento attacco
verso la dignità di ogni donna ed ignorando ogni principio di
autodeterminazione. Apprezziamo e sosteniamo l’analisi proposta da
chi considera l’obiezione di coscienza all’interno delle
pubbliche strutture sanitarie come un’attività di boicottaggio di
una legge dello Stato (ricordiamo, ancora laico), in quanto limita (e
in molti casi nega) l’accesso ad un servizio sanitario che deve
essere garantito, rispettando tempi e modalità precise. Un parallelo
interessante può essere creato con le circostanze in cui l’obiezione
di coscienza veniva applicata alla leva militare prima che questa
venisse abolita (un esempio che ci fornisce in maniera semplice e
diretta Alessandro Chiometti – Civiltà Laica in un articolo a sua
firma pubblicato nell’ottobre 2011): chi si sottraeva all’obbligo
di leva, non aveva la possibilità di accedere a professioni che
prevedevano l’utilizzo di armi. A chi sostiene che lo Stato deve
lasciare i propri cittadini liberi di assecondare la propria
coscienza, rispondiamo che la professione medica nelle strutture
pubbliche si esercita per libera scelta e, che, esercitare la
propria professione in una struttura pubblica, significa abbracciare
a priori e di conseguenza applicare tutte le leggi che questo stato
emette senza frapporre istanze finto moralistiche legate ad un
ottica di comodo e a fini carrieristici. Terni Donne sostiene la
campagna IL BUON MEDICO NON OBIETTA, promossa dalla Consulta di
Bioetica Onlus, a sostegno dei ginecologi non obiettori e dei diritti
delle donne. Condividiamo profondamente l’obiettivo della campagna,
ovvero quello di mettere in discussione la legittimità del diritto
all’obiezione. TERNI DONNE

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