Il nastro nero


Il
nastro nero
I
Il dottore vuole leggere le tue
lettere. Dice che è importante per capire come abbia fatto io a finire  qui dentro. Per me è uno sforzo non
indifferente scendere in cantina, cercare il baule e tagliare i nastri con i quali
ho legato le tue lettere. Tutte legate e sigillate con un nastro nero.
A mano a mano che arrivavano le
legavo con un nastro bianco o rosso: era primavera ed il bianco ricordava le
gemme che stavano nascendo sui rami spogli degli alberi del giardino. L’inverno
era stato molto lungo, freddo e ghiacciato.
Il rosso, inutile dirlo, era il
colore dell’amore e della passione. E poi ricordava  il fuoco che eri riuscito ad accendere
nuovamente dentro me.
Insomma, dal giorno in cui mi hai
inviato quel laconico biglietto di
addio, senza una spiegazione, ho legato tutte le tue lettere col nastro nero, le
ho chiuse nel baule e portate in cantina. Legare: uso spesso questo verbo.
Aiuta a capire.
A volte mi chiedo se sto
sprecando più energie nell’impedirmi di scendere in cantina e rileggere le tue
lettere, cosa che mi auto impongo per orgoglio oppure sarebbe meglio scendere,
aprire, rileggere ed inviare un biglietto per chiederti spiegazioni. L’orgoglio
costa energia,  ha un duro prezzo e mi
sento sfinita.
E poi sono stanca, stanca di parlare
ed anche di scrivere. Ci siamo scritti tanto io e te. Lunghe, infinite lettere
d’amore. Intervallate dai silenzi che lei ci imponeva o forse tu mi imponevi.
Quella passeggiata al mare non riesco a scordarla.
Come non dimentico le tue parole.
Non dimentico neanche gli occhiali
che toglievi per baciarmi, non dimentico le frasi d’amore ed i tuoi sempre. Per
sempre.
A proposito di occhiali: li
conservi ancora i miei nel cassetto della scrivania del tuo studio? O li hai
gettati via così come hai fatto col nostro amore?
A volte mi chiedo come fai a
vivere senza di me: un taglio netto, rapido e tutto il nostro amore è scomparso
nel nulla.
E poi il silenzio, un silenzio
che mi da malinconia e dolore.
La pia donna ha vinto e nella sua
vittoria le stringo la mano.
Bisognerebbe uccidere capretti
per festeggiare il ritorno all’ovile.
Ed un coltello puntato sulla
gola.
Un taglio netto: da chirurgo.
Un taglio maschile: ma io sono
donna.
Comunque ci ho provato ed anche
se i lembi della ferita erano smerlati come un fazzoletto ricamato, il sangue è
sgorgato copioso e rosso. Come la passione.
E dovrei scendere  in cantina ad aprire il baule, ma sono stanca.
Tanto.
Della ferita sul collo è rimasto
un sottile ricamo rosa, sfizioso come i merletti sulle gonne delle bambole: ma
ora mi fanno male i polsi. Quelli però non ho cercato di aprirli con un  taglio maschile: me li hanno legati con la
scusa di evitare che le mie velleità da chirurgo facciano il bis sulla mia gola.
E pensare che volevo solo
uccidere il capretto per aiutarla a  festeggiare il tuo ritorno, tra una messa e
un’altra, tra una preghiera e l’altra, tra un tradimento e l’altro.
Si, perché tu la tradisci ancora.
Con un’altra che crederà di vedere gemme bianche sui rami e rosse processioni
di passione nel venerdì santo.
Il dottore vuole leggere le tue
lettere.
Ma io le lascio laggiù, legate al
nastro nero.
II
Ormai devo scendere. Scendere nel
pozzo. E’ un percorso obbligato.
I polsi sciolti dai lacci fanno
meno male. La cicatrice orna il collo coi suoi merletti  rosa ed in apparenza tutto procede come nei
migliori manuali di  psichiatria.
Paziente in via di guarigione,
dice il dottore.
Posso uscire dalla stanza e
vedere la tv con gli altri. Ma la tv è proprio una moderna diavoleria
tecnologica. Ti scaraventa nel pozzo, senza neanche tu te ne accorga.
Sto tranquilla. All’improvviso ti
vedo: occhiali, fede al dito, voce melliflua. Sguardo nervoso, mobile, lo
stesso che avevi quando mi incontravi ed avevi terrore di essere scoperto.
L’inquadratura si sposta ma l’operatore
non risparmia la tua mano, sul lato destro dello schermo, una mano mollemente
poggiata sul tavolo, la fede che
brilla. Segno di fedeltà.
Ed io inizio a cadere nel pozzo
Precipito ma cado leggera,
oppongo le mie deboli forze alla pietra che hai legato ai merletti rosa del
collo. Legata al nastro nero. Nel frattempo 
le pareti del pozzo si illuminano.
E vedo.
Antilopi, felini,
cervi.
Corpi di donne incinte,
visi maschili e profili animali
E’ il solstizio
d’estate, i raggi al tramonto entrano ed il sole morente contrassegna i contorni,
ne marca le corna, il muso, gli occhi, la pancia.
Il grande uro è lo
Scorpione, i cavalli  la costellazione
del Sagittario.
Graffiti  per un luogo di culto.
E’ il regno dei morti e
la grande madre  nasconde i corpi celesti
prima che questi rinascano.
Intanto  io cado.
E ti vedo, antico
sciamano nel luogo sacro,  incontro di
spiriti divini
Consumi i tuoi  riti iniziatici,  propiziatori
alla caccia.
La caccia alle streghe.
Alla strega che precipita nel fondo del pozzo.
Il  pozzo nero  in cui mi hai rinchiuso, mancando di rispetto
alla Madre terra.
Dovrei bruciare al
rogo, per il beneplacito delle  pie donne
che curi col  tuo tamburello.
E la spina di pesce per
entrare, entrare nel mondo degli spiriti.
E’ un attimo.
Prendo una sedia.
E’ un attimo.
Un volo violento e
rapido.
E’ un attimo.
Un lampo lambisce la tv
E’ un attimo.
I polsi ora fanno male:
avvolti nuovamente al nastro nero.
III
Sono tornata al mare e
la dama [1]
mi guarda. Come sempre.
Vedo giovani famiglie
fare il bagno al largo. Bimbette dalle treccine bionde, avvinghiate ai loro papà, giocano con l’acqua e la felicità
sembra abitare le loro vite come se nulla fosse.
Forse sei al mare anche
te, con la tua bimba abbracciata e
lei che vi sorveglia da lontano.
E sorride, soddisfatta
del quadretto familiare.
Il dottore ci ha
permesso di trascorrere una giornata al mare, tra sabbia e sole.
Io non ne ho tanta
voglia, la mia pelle bianca dentro al costume vecchio e slabbrato cozza con i
corpi atletici ed abbronzati dei villeggianti. Ma il dottore ha insistito, dice
che mi fa bene.
Sono bianca, come
bianca è la sagoma della dama che si getta dal dirupo per raggiungere il suo
principe innamorato. Ed annegare.
Sono bianca come i
nastri con cui impacchettavo le tue lettere d’amore. E poi morire.
Mentre l’infermiera ci
conduce nel luogo dove possiamo fare il bagno, vedo alcuni cani bagnini.
Hanno giubbotti
salvataggio rossi, come i nastri che alternavo nell’impacchettare le tue
lettere.
Salvano vite che
rischiano di annegare, ma lei non sono riusciti a salvarla: la dama ha voluto
morire.
Mi sento impacciata, mente cammino con i sandali di gomma ed il
costume sbiadito e largo, la cicatrice rosa è sempre sul mio collo, i polsi e
le caviglie  ombrati dai segni dei nastri
neri con cui il dottore ha voluto tenermi in vita. Per forza e mio malgrado.
Scendo piano piano nel
mare, con i sandali di gomma ed il costume slabbrato che si gonfia d’acqua.
L’infermiera mi tiene d’occhio: ha timore che cerchi di annegare.
Mi avvicino ai gruppetti
di famiglie felici,fingo di nuotare e stare bene: ed intanto osservo i papà.
Faccio piroette e mi
fingo felice. L’infermiera non mi perde d’occhio.
Alzo lo sguardo verso
la dama bianca e la vedo che precipita nel buco nero di un mare profondo e blu.
Piange mente vola ed io mi sento meno sola.
Le grida dei bimbi che
giocano nell’acqua sono forti e stridule. Sembrano garruli uccelli.
Remoti ricordi di studi
liceali si insinuano nella mente fino ad affollarla e sento gli uccelli cantare
la veglia di Venere:
“Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
Ecco già sotto alle finestre i tori stendono i loro fianchi,
sicuro ognuno del nodo coniugale ond’è avvinto.
Intanto te ne stai al sicuro in famiglia ed io
sola, al mare, con il costume slabbrato e la pelle bianca.
Sotto l’ombra coi mariti ecco i greggi belanti delle pecore:
e pure gli uccelli canori non volle la dea che tacessero.
Ed anche lei, pia donna beata accanto a te,
ascolta il canto degli uccelli divini.
Già i garruli cigni riempiono gli stagni del loro rauco strido,
all’ombra del pioppo echeggia il canto della fanciulla
Tua figlia, cigno innocente,  gioca gridando  fra le onde e 
il canto della fanciulla giunge alle tue orecchie
sì che tu
credi che sensi d’amore ella esprime con la gola armoniosa
anziché lamentare la sorella per il barbaro marito
Io, la mia gola, ho tentato di tagliarla con
armonia femminile per aiutare lei, sorella mia di genere, ed assolvere te,
amore mio infedele
 Lei canta e io taccio.
Quando viene la mia primavera?

Quando sarò come la rondine e finirò di
tacere?

Ho perduto tacendo il mio canto, e lui
non mi considera più.
Il silenzio così mi  perdette
 
Ami domani
chi non amò mai: domani ami chi amò. [2]
Adesso finalmente
grido, creando spavento tra i cigni garruli che giocano con i loro papà.
Lei intanto sorveglia
da lontano, soddisfatta del quadretto familiare.
Faccio un balzo in avanti, con la mano afferro il
collo bianco del cigno, spingendolo con tutte le forze verso il fondo.
Il buco nero del mare blu e profondo si apre.
Come si aprì la mia gola.
Sento mani che mi afferrano, la dama bianca mi
sorride, l’uccello dalla chioma d’oro strepita terrorizzato, il toro si infuria
e la pecora disperatamente bela.
Poi il buio: ora sono qui, sudata e piena di
lividi,  i polsi e le caviglie legati al
nastro nero, come sempre.
IV
Sono passati quattro mesi dalla
giornata trascorsa al mare, è novembre, gli alberi sono spogli e le foglie
caduche danzano al ritmo di un vento carico di dolore.
Il dottore mi ha convinto a
riprendere a dipingere. Una volta, prima che ti incontrassi, ero una brava
pittrice.
Ora i miei quadri sono tutti
bianchi e rossi, come i nastri che legavano le lettere. Lettere ormai sepolte
in cantina, in un baule legato al nastro nero.
Le pareti della mia cameretta
sono nude e spoglie. Come gli alberi.
I miei polsi bluastri: come i
segni del nastro nero.
Il dottore ha avuto l’idea di
organizzare una mostra: vuole che io esponga i miei quadri.
Mi convoca nel suo studio: mi
chiede se sono d’accordo a far presentare i miei lavori da un famoso luminare,
esperto di cromoterapia e fa il tuo nome.
Atterrita balbetto qualcosa,
farfuglio scuse ma non esagero per non insospettirlo. Come sempre tento di
tutelare la tua privacy e non accostare il mio nome al tuo. Ti salvo sempre e
con te, salvo lei.
Lui insiste, sei tra i
professionisti più esperti del settore. Sarebbe un vero onore per me e per
tutta la clinica se tu venissi ad inaugurare la mostra.
Mi arrendo: troppa reazione
contraria desterebbe sospetti.
Mi sento inerme e indifesa:
sicuramente penserai che è un’altra delle mie diavolerie per incontrarti. E
pensare che invece ho tentato di togliere il disturbo, tagliandomi la gola. Ma
il dottore mi ha salvato.
Da luglio sto meglio, il dottore
non ha più usato il nastro nero ed ora non voglio ricadere nel pozzo a causa
tua.
Ma il destino mi è avverso, mi
impone la tua presenza.
Sconfitta rientro in camera e
tento di dormire.
V
Questo silenzio è assordante:
invade le mie orecchie.
Lo stesso silenzio che
accompagnava le domeniche e i periodi di festa.
Avevi affittato una piccola casa tutta
per me, con il giardino, ma la dimora del nostro amore, col tempo, si era
trasformata in una gabbia dorata.
Niente telefono, niente visite
nelle feste comandate, solo attese e silenzi.
Silenzi che testimoniavano
abnegazione e fedeltà. La mia.
Tu vivevi, io sopravvivevo.
Respiravo piano piano per non soffocare e ascoltavo il silenzio.
Lo stesso silenzio di questa
notte di veglia.  
Lentamente arrivano al mio
orecchio musica e strofe di una canzone che conosco.
“Me ne sto lì seduta assente con un cappello sulla fronte e cose strane che
mi passan per la mente. Avrei una voglia di gridare ma non capisco a quale
scopo poi d’improvviso piango un poco e rido quasi fosse un gioco”
Nessun cappello per me, solo
pensieri strani. Vorrei gridare, piangere e ridere ma ho timore che il dottore
mi leghi al nastro nero, polsi e caviglie bloccate.
“Se sento voci non rispondo e vivo in uno strano mondo dove ci son pochi
problemi dove la gente non ha schemi. Non ho futuro né presente e vivo adesso
eternamente il mio passato è ormai per me distante”
Non ci sono voci questa notte. Tutto
è silenzio, il silenzio assordante che i farmaci donano a chi non ha
schemi  a cui obbedire né regole da
seguire.
Io però  uno schema lo avrei, anzi un progetto per il
futuro: riuscire a vivere senza te e senza il nastro nero del dottore.
Nel passato nastri bianchi e rossi,
come la primavera e la passione.
Nel presente  nastri neri.
Nel futuro nessun nastro: né bianco,
né rosso, tantomeno nero.
“Ma ogni tanto sento che gli artigli neri della notte mi fanno fare azioni
non esatte. D’un tratto sento quella voce e qui comincia la mia croce vorrei
scordare e ricordare la mente mia sta per scoppiare”
Quando ho sentito la tua voce in tv,
sono caduta nel pozzo nero.
“E spacco tutto ciò che trovo ed a finirla poi ci provo tanto per me non
c’è speranza di uscire mai da questa stanza. Sopra un lettino cigolante in
questo posto allucinante io sogno spesso di volare nel cielo. Non so che male
posso fare se sogno solo di volare io non capisco i miei guardiani
perché mi legano le mani.”
E il dottore mi ha legato i polsi
per farmi vivere.
“E a tutti i costi vogliono che indossi un camice per me le braccia
indietro forte spingo e a questo punto sempre piango”
Ora  piango anche io: non voglio che tu venga a
parlare di me e dei miei quadri. E Mina canta ancora….
“Mio Dio che grande confusione e che magnifica visione un’ombra chiara mi
attraversa la mente.
Le mani forte adesso mordo e per un attimo ricordo che un tempo forse non
lontano qualcuno mi diceva t’amo”
“Ti amo” – E’ la tua voce. Sei proprio
tu.
“In un addio svanì la voce scese nell’animo la pace ed è così che da quel
dì io son seduta e ferma qui”[3]
Il tuo addio fu un laconico
biglietto e poi il silenzio. Come sempre. Ma ora sei qui e stai dicendo che mi
ami.
Finalmente ti vedo:  ti vengo incontro ma ti allontani, cammini
all’indietro e mi sorridi.
La porta della mia cameretta è
chiusa. Tu intanto sorridi e cammini, cammini all’indietro e ti avvii nel
passato.
In quel passato dove ci siamo noi, pronti
a  riprendere la  nostra vita, a  tornare nella piccola casa con il giardino,
con i silenzi, con i tuoi arrivi improvvisi e le repentine partenze.
“Va bene, amore mio ” –  dico –  
“Ci sto. Eccomi”
Mi metto a correre, solo la porta ci
divide. Un tonfo sordo e improvviso. Poi il buio.
VI
Non è facile
tornare nel passato dove tu mi attendi.
Devo
aspettare che le gambe fratturate guariscano.
L’ingessatura
ha impedito al dottore di mettere il nastro nero alle caviglie, però i polsi
non me li ha risparmiati: non erano
rotti e le mie mani erano libere.
Libere di strappare
l’ingessatura, alzarmi da questo letto e venire da te.
Libere di
cercare un coltello e tagliarle  la gola.
Si, perché lei senza te non può vivere. Come io non potevo vivere  senza te.
Sei venuto qui
e hai fatto la tua scelta.
Hai scelto
me. Ed io non voglio che lei soffra.
Appena posso
metto fine al suo dolore.
Io il mio
dolore lo ricordo bene, nitido come una foto in bianco e nero, preciso come un cronometro,
opprimente  come il nastro nero che blocca
i miei polsi. 
 Chiara Passarella
                                


[1]
Al Castello di
Duino, eretto su un aspro promontorio tra Monfalcone e Trieste, è legata la
leggenda della “dama bianca”, ispirata da una roccia candida che, vista dal
mare, sembra una figura femminile avvolta in un lungo velo.”Verso
l’ora degli spiriti la
Dama Bianca si stacca dalla roccia e comincia a peregrinare.
Per tre volte appare e per altrettante scompare nelle cupe sale del castello.
Passa attraverso le porte chiuse, vaga di sala in sala rimanendo in un silenzio
profondo fino all’alba, quando, abbandonato il castello, ritorna alla sua
roccia, dove
il cielo, impietosito dalle sue grida, la trasforma in
pietra.
[2]Inno a Venere e all’Amore” “ Pervigilium Veneris” –  poemetto tramandato dall’Anthologia
latina   – Autore ignoto
[3]
testo della canzone di Mina  “Sognando “ – Autore: Don Backy

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto