Buona la proposta ma serve PIU’ CORAGGIO!

INTERVENTO di TERNI DONNE all’incontro partecipativo organizzato dalla Regione Umbria del 06/09/2012 per la discussione della proposta di legge regionale “NORME PER LE POLITICHE DI GENERE E PER UNA NUOVA CIVILTA’ DELLE RELAZIONI TRA DONNE E UOMINI”
Leggendo
attentamente questa bozza di legge al fine di studiare a fondo i
principi, gli obiettivi e gli strumenti presenti in essa abbiamo
notato con piacere e con soddisfazione che nel testo sono stati
inseriti molti dei temi e dei contenuti fino ad oggi trattati.
Terni
Donne ha accolto positivamente questo documento e si augura
fortemente che tale indirizzo politico venga finalmente abbracciato,
senza distinzioni, da tutti gli organi legislativi della Regione e
dagli enti locali dal momento che quello che qui si richiede è
semplicemente la garanzia dei diritti delle donne in quanto
cittadine. Riconosciamo però che tale bozza di legge è poco chiara
e carente in alcuni punti che più avanti spiegheremo in maniera più
dettagliata.

Prima di iniziare vorremmo chiedere se
all’interno della legge l’assenza di riferimenti alle donne
disabili sia dovuto al fatto che la disabilità femminile non è una
questione che riguarda la nostra regione. Su questo punto riteniamo
opportuno l’aggiunta di un articolo dedicato poichè, oggi più che
mai, le donne disabili sono colpite su più fronti a causa dei tagli
al Welfare, del precariato, della privatizzazione dei servizi
assistenziali, ricordando, inoltre, che molte sono le donne disabili
vittime di violenza a cui è quasi impossibile accedere al percorso
di uscita dalla violenza.

A tal proposito vorremmo ricordare
la definizione della parola cittadinanza: In termini giuridici la
cittadinanza è la condizione della persona fisica (detta cittadino)
alla quale l’ordinamento giuridico di uno stato riconosce la pienezza
dei diritti civili e politici.
Il punto è che gli individui oltre
ad avere garantiti i diritti devono anche essere messi nelle
condizioni di poter godere di tali diritti, condizione questa, non
sempre tutelata nè tantomeno garantita dal momento che, concause
politiche, sociali, culturali ed economiche, hanno minato e reso
labile il concetto stesso di cittadinanza.
Appare sempre più
ovvio che in Italia sono presenti delle categorie a rischio che sulla
carta godono di determinati diritti, i quali, però, spesso non
vengono riconosciuti: tra queste categorie troviamo anche le donne
che in questo particolare periodo storico si vedono “attaccate”
su due fronti: mancanza o precarietà del lavoro, indebolimento del
welfare.
Il precariato oltre ad aver falciato il futuro di una
abbondante porzione della popolazione italiana che ancora ci
ostiniamo a definire “giovani”, ha anche dato vita ad una sorta
di selezione naturale tra i generi: le donne sono le più colpite
dalla “ristrutturazione” del mondo del lavoro poichè sono le
prime ad esserne escluse o a non accedervi.
Perchè?
Il
problema sta a monte, ossia nel sistema maschilista e patriarcale,
mai estintosi, presente nella nostra società, che vede la donna come
unico referente della cura all’interno delle famiglie in cui i
ruoli di moglie, madre, educatrice, infermiera, badante, mansioni
peraltro non riconosciute come “lavoro” e quidni non remunerate,
devono convivere e coesistere quotidianamente.
Al maschilismo si è
aggiunta la mancanza di una vera ed incisiva politica di
conciliazione dei tempi di vita e lavoro, il precariato e l’assenza
del Welfare, ormai defunto, il quale ha sostituito se stesso con la
donna (meglio gravare sulla libertà di un individuo che sui conti
pubblici).
In questa maniera una donna non può esercitare
pienamente la propria libertà di scelta poichè le sue scelte
saranno sempre influenzate e a volte dettate da ragioni “altre”
rispetto alla propria sfera personale, alla propria
autodeterminazione.
Un esempio: se una donna lavora e guadagna
abbastanza deve “delegare” i lavori di cura a servizi privati
sussidiari del pubblico essendo il welfare ormai inesistente; se
lavora ma non guadagna abbastanza deve decidere o di tentare
l’impresa impossibile della conciliazione dei due mondi paralleli o
rinunciare al lavoro: rinunciare al lavoro salariato (che non è
sempre tutelato) significa non produrre reddito e non produrre
reddito significa essere automaticamente escluse dall’accesso di
alcuni diritti, ad esempio il congedo di maternità;
Il congedo di
maternità (ma anche quello parentale) viene concesso solo se si ha
un regolare contratto di lavoro: la maggior parte delle donne in
Italia sono precarie, vale a dire lavorano in nero o hanno contratti
vergognosi come contratti a progetto, prestazioni occasionali,
contratti a chiamata, formule che contemplano inadeguati sussidi in
favore della maternità, della malattia, dell’infortunio, pertanto
contratti che non garantiscono i diritti base degli individui.
Non
possiamo far altro che chiedere, in quanto donne e cittadine, che le
politiche di genere pongano alla base delle proprie riflessioni la
questione del reddito,  visione politico-economica attuata nell’
Unione Europe (ad eccezione di Italia e Grecia) che garantisce,
 indipendentemente dalla propria condizione di occupazione-
disoccupazione- inoccupazione e dal patrimonio, di soddisfare i
propri bisogni di base, i bisogni essenziali e i diritti fondamentali
della persona oltre alla fruizione gratuita di determinati servizi
pubblici.
La questione del reddito pone le basi per il godimento
dei diritti della donna quali la libertà di scelta e
l’autodeterminazione.

Per garantire i diritti alle donne
crediamo che oltre alla conciliazione tra vita e lavoro sia arrivato
il momento della condivisione delle responsabilità e dei lavori di
cura anche con gli uomini potenziando i congedi di paternità, e
operando per superare stereotipi castranti ed obsoleti legati alle
donne ai loro multi-ruoli nella società e lottando per una reale
parità tra gli individui.

Un capitolo di fondamentale
importanza ma che qui, a nostro avviso, risulta incompleto e troppo
generale, è quello della “salute” nel quale non troviamo una
proposta che abbia l’aspirazione di garantire percorsi trasparenti
e semplificati che permettano alla donna di essere messa in
condizione di usufruire in piena libertà di un diritto sancito dalla
legge e rimarcato con l’introduzione della RU486, relativamente
alla quale stiamo ancora attendendo il protocollo applicativo ormai
da troppi mesi.
Vorremmo che questa legge evidenziasse, inoltre,
in maniera incisiva le questioni legate
1) all’accesso
all’interruzione di gravidanza attraverso
– l’istituzione di un
registro pubblico in cui siano indicati i medici obiettori,

l’istituzione  di una legge regionale che stabilisca la
garanzia del diritto all’ IVG attraverso assunzioni di medici non
obiettori (ricordiamo che in questa regione circa l’80 % dei medici
è obiettore di coscienza)
2) al libero accesso, attraverso
l’incentivazione e il sostegno da parte del sistema sanitario,  al
parto in casa (ricordiamo che tale pratica permette di ridurre i
costi sanitari del parto).
Riguardo a questo ultimo punto
sottolineiamo la necessità di approvare  la proposta di legge
regionale sul percorso nascita e il parto negli ospedali, nelle case
maternità e a domicilio contestualmente a questa legge sulle
politiche di genere o di inserirla all’interno di quest’ultima ,
poiché, qualora approvata, garantirebbe il diritto alla libera
scelta di ogni donna del luogo del parto e delle modalità
assistenziali.
In generale riteniamo che l’art 32 di questa
bozza di legge non dia ai temi indicati la dovuta importanza e quindi
ci chiediamo quale sia il reale significato di questo articolo, non
essendoci alcun riferimento alle modalità e alle pratiche per
garantire alle donne il diritto alla salute.
Nonostante ciò
auspichiamo un maggiore coraggio da parte delle donne delle
istituzioni nel trattare i temi legati alla sanità, poiché è una
questione di civiltà e di rispetto della dignità delle
donnetutte.
Siamo disponibili a trattare tutti questi argomenti
con la Regione, insieme alle altre associazioni femminili e
femministe del territorio, al fine di trovare la miglior proposta
possibile per garantire l’autodeterminazione  e la libertà di
scelta.

Articolo 25 e 26: Centri antiviolenza
Auspichiamo
che l’accoglienza alla quale si fa riferimento al punto A rispetto
ai centri antiviolenza  sia un punto sul quale si intenda
investire realmente attraverso il finanziamento di servizi
funzionanti nelle 24 h e presidiati da personale adeguatamente
formato e preparato.
Al punto E, ricordiamo che  l’accompagnamento
è reale e funzionale ad un percorso di uscita dalla violenza quando
i servizi pubblici e privati rispondono in maniera adeguata e sono
guidati da una strategia politica territoriale gender oriented: in
questo modo, oltre ad essere operativi,  garantiscono anche una
adeguata formazione e conoscenza delle problematiche relative alla
violenza di genere; solo questo, oltre al supporto psicologico utile
a realizzare un percorso di uscita dalla violenza, può garantire la
realizzazione del punto F.
Terni Donne auspica una piena
collaborazione con i centri antiviolenza per promuovere lo sviluppo
delle relazioni solidali tra donne, mettendosi a disposizione anche
nell’individuazione di adeguati percorsi formativi..

Siamo felici di leggere finalmente una
proposta inerente l’urbanistica di genere, tema a Terni Donne molto
caro, poiché da sempre ci battiamo per creare la casa delle Donne
nel nostro territorio ossia l’istituzione e la gestione di uno
spazio fisico dedicato alle donne della città che promuova il self
empowerment, l’autodeterminazione e il benessere (fisico, mentale,
sociale, culturale) delle donne: Attraverso la casa delle Donne Terni
Donne vuole raggiungere i seguenti obiettivi, molti dei quali
contenuti anche nella parte generale di questa legge:
  • il Self empowerment, l’
    autodeterminazione e il benessere delle donne
  • la prevenzione e l’informazione
    circa i fenomeni di violenza e stalking, discriminazione, abusi –
    anche su minori
  • la promozione artistica e
    artigianale delle donne attraverso lo scambio di saperi e conoscenze
  • l’arricchimento culturale del
    territorio in particolare sulla cultura di genere
  • la facilitazione all’accesso alla
    rete dei servizi territoriali
  • il contrasto alla solitudine e
    all’isolamento di donne anche in condizioni particolari (madri di
    bambini disabili, donne migranti o senza rete parentale, disagio
    psichico o sociale…)
  • il contrasto della povertà e
    della violenza

A conclusione vorremmo
rivolgere una domanda alla Presidentessa  Marini:
quali
saranno i tempi e le modalità con i quali si andranno a rendere
operativi gli articoli?
Chiediamo con forza di agire con rapidità
e concretezza, per dare dignità e premiare il coraggio di tante
donne che in questa regione si adoperano ogni giorno nella
costruzione di una società migliore, al di là di ogni schematismo
ed orientamento politico.

Auspichiamo un reale e trasparente
percorso di partecipazione e confronto sui temi riportati nella
proposta di legge, sulle proposte qui avanzate da Terni Donne, dai
soggetti presenti oggi in questa sala e da quelli che parteciperanno
ai prossimi incontri: la Rete di associazioni, movimenti, gruppi
territoriali femminili e femministe,  è già esistente e lavora
da anni sul territorio umbro, nonostante venga poco ascoltata,
 poiché ciò che accomuna gli appartenenti a questa rete è la
volontà, nonostante tutto, di rendere le donne protagoniste della
loro vita, delle proprie scelte vedendo garantiti i propri diritti di
libertà ed autodeterminazione; ci auguriamo che questo sia il vero
obiettivo dell’operato della nostra regione.

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Buona la proposta ma serve PIU’ CORAGGIO!

INTERVENTO di TERNI DONNE all’incontro partecipativo organizzato dalla Regione Umbria del 06/09/2012 per la discussione della proposta di legge regionale “NORME PER LE POLITICHE DI GENERE E PER UNA NUOVA CIVILTA’ DELLE RELAZIONI TRA DONNE E UOMINI”
Leggendo
attentamente questa bozza di legge al fine di studiare a fondo i
principi, gli obiettivi e gli strumenti presenti in essa abbiamo
notato con piacere e con soddisfazione che nel testo sono stati
inseriti molti dei temi e dei contenuti fino ad oggi trattati.
Terni
Donne ha accolto positivamente questo documento e si augura
fortemente che tale indirizzo politico venga finalmente abbracciato,
senza distinzioni, da tutti gli organi legislativi della Regione e
dagli enti locali dal momento che quello che qui si richiede è
semplicemente la garanzia dei diritti delle donne in quanto
cittadine. Riconosciamo però che tale bozza di legge è poco chiara
e carente in alcuni punti che più avanti spiegheremo in maniera più
dettagliata.

Prima di iniziare vorremmo chiedere se
all’interno della legge l’assenza di riferimenti alle donne
disabili sia dovuto al fatto che la disabilità femminile non è una
questione che riguarda la nostra regione. Su questo punto riteniamo
opportuno l’aggiunta di un articolo dedicato poichè, oggi più che
mai, le donne disabili sono colpite su più fronti a causa dei tagli
al Welfare, del precariato, della privatizzazione dei servizi
assistenziali, ricordando, inoltre, che molte sono le donne disabili
vittime di violenza a cui è quasi impossibile accedere al percorso
di uscita dalla violenza.

A tal proposito vorremmo ricordare
la definizione della parola cittadinanza: In termini giuridici la
cittadinanza è la condizione della persona fisica (detta cittadino)
alla quale l’ordinamento giuridico di uno stato riconosce la pienezza
dei diritti civili e politici.
Il punto è che gli individui oltre
ad avere garantiti i diritti devono anche essere messi nelle
condizioni di poter godere di tali diritti, condizione questa, non
sempre tutelata nè tantomeno garantita dal momento che, concause
politiche, sociali, culturali ed economiche, hanno minato e reso
labile il concetto stesso di cittadinanza.
Appare sempre più
ovvio che in Italia sono presenti delle categorie a rischio che sulla
carta godono di determinati diritti, i quali, però, spesso non
vengono riconosciuti: tra queste categorie troviamo anche le donne
che in questo particolare periodo storico si vedono “attaccate”
su due fronti: mancanza o precarietà del lavoro, indebolimento del
welfare.
Il precariato oltre ad aver falciato il futuro di una
abbondante porzione della popolazione italiana che ancora ci
ostiniamo a definire “giovani”, ha anche dato vita ad una sorta
di selezione naturale tra i generi: le donne sono le più colpite
dalla “ristrutturazione” del mondo del lavoro poichè sono le
prime ad esserne escluse o a non accedervi.
Perchè?
Il
problema sta a monte, ossia nel sistema maschilista e patriarcale,
mai estintosi, presente nella nostra società, che vede la donna come
unico referente della cura all’interno delle famiglie in cui i
ruoli di moglie, madre, educatrice, infermiera, badante, mansioni
peraltro non riconosciute come “lavoro” e quidni non remunerate,
devono convivere e coesistere quotidianamente.
Al maschilismo si è
aggiunta la mancanza di una vera ed incisiva politica di
conciliazione dei tempi di vita e lavoro, il precariato e l’assenza
del Welfare, ormai defunto, il quale ha sostituito se stesso con la
donna (meglio gravare sulla libertà di un individuo che sui conti
pubblici).
In questa maniera una donna non può esercitare
pienamente la propria libertà di scelta poichè le sue scelte
saranno sempre influenzate e a volte dettate da ragioni “altre”
rispetto alla propria sfera personale, alla propria
autodeterminazione.
Un esempio: se una donna lavora e guadagna
abbastanza deve “delegare” i lavori di cura a servizi privati
sussidiari del pubblico essendo il welfare ormai inesistente; se
lavora ma non guadagna abbastanza deve decidere o di tentare
l’impresa impossibile della conciliazione dei due mondi paralleli o
rinunciare al lavoro: rinunciare al lavoro salariato (che non è
sempre tutelato) significa non produrre reddito e non produrre
reddito significa essere automaticamente escluse dall’accesso di
alcuni diritti, ad esempio il congedo di maternità;
Il congedo di
maternità (ma anche quello parentale) viene concesso solo se si ha
un regolare contratto di lavoro: la maggior parte delle donne in
Italia sono precarie, vale a dire lavorano in nero o hanno contratti
vergognosi come contratti a progetto, prestazioni occasionali,
contratti a chiamata, formule che contemplano inadeguati sussidi in
favore della maternità, della malattia, dell’infortunio, pertanto
contratti che non garantiscono i diritti base degli individui.
Non
possiamo far altro che chiedere, in quanto donne e cittadine, che le
politiche di genere pongano alla base delle proprie riflessioni la
questione del reddito,  visione politico-economica attuata nell’
Unione Europe (ad eccezione di Italia e Grecia) che garantisce,
 indipendentemente dalla propria condizione di occupazione-
disoccupazione- inoccupazione e dal patrimonio, di soddisfare i
propri bisogni di base, i bisogni essenziali e i diritti fondamentali
della persona oltre alla fruizione gratuita di determinati servizi
pubblici.
La questione del reddito pone le basi per il godimento
dei diritti della donna quali la libertà di scelta e
l’autodeterminazione.

Per garantire i diritti alle donne
crediamo che oltre alla conciliazione tra vita e lavoro sia arrivato
il momento della condivisione delle responsabilità e dei lavori di
cura anche con gli uomini potenziando i congedi di paternità, e
operando per superare stereotipi castranti ed obsoleti legati alle
donne ai loro multi-ruoli nella società e lottando per una reale
parità tra gli individui.

Un capitolo di fondamentale
importanza ma che qui, a nostro avviso, risulta incompleto e troppo
generale, è quello della “salute” nel quale non troviamo una
proposta che abbia l’aspirazione di garantire percorsi trasparenti
e semplificati che permettano alla donna di essere messa in
condizione di usufruire in piena libertà di un diritto sancito dalla
legge e rimarcato con l’introduzione della RU486, relativamente
alla quale stiamo ancora attendendo il protocollo applicativo ormai
da troppi mesi.
Vorremmo che questa legge evidenziasse, inoltre,
in maniera incisiva le questioni legate
1) all’accesso
all’interruzione di gravidanza attraverso
– l’istituzione di un
registro pubblico in cui siano indicati i medici obiettori,

l’istituzione  di una legge regionale che stabilisca la
garanzia del diritto all’ IVG attraverso assunzioni di medici non
obiettori (ricordiamo che in questa regione circa l’80 % dei medici
è obiettore di coscienza)
2) al libero accesso, attraverso
l’incentivazione e il sostegno da parte del sistema sanitario,  al
parto in casa (ricordiamo che tale pratica permette di ridurre i
costi sanitari del parto).
Riguardo a questo ultimo punto
sottolineiamo la necessità di approvare  la proposta di legge
regionale sul percorso nascita e il parto negli ospedali, nelle case
maternità e a domicilio contestualmente a questa legge sulle
politiche di genere o di inserirla all’interno di quest’ultima ,
poiché, qualora approvata, garantirebbe il diritto alla libera
scelta di ogni donna del luogo del parto e delle modalità
assistenziali.
In generale riteniamo che l’art 32 di questa
bozza di legge non dia ai temi indicati la dovuta importanza e quindi
ci chiediamo quale sia il reale significato di questo articolo, non
essendoci alcun riferimento alle modalità e alle pratiche per
garantire alle donne il diritto alla salute.
Nonostante ciò
auspichiamo un maggiore coraggio da parte delle donne delle
istituzioni nel trattare i temi legati alla sanità, poiché è una
questione di civiltà e di rispetto della dignità delle
donnetutte.
Siamo disponibili a trattare tutti questi argomenti
con la Regione, insieme alle altre associazioni femminili e
femministe del territorio, al fine di trovare la miglior proposta
possibile per garantire l’autodeterminazione  e la libertà di
scelta.

Articolo 25 e 26: Centri antiviolenza
Auspichiamo
che l’accoglienza alla quale si fa riferimento al punto A rispetto
ai centri antiviolenza  sia un punto sul quale si intenda
investire realmente attraverso il finanziamento di servizi
funzionanti nelle 24 h e presidiati da personale adeguatamente
formato e preparato.
Al punto E, ricordiamo che  l’accompagnamento
è reale e funzionale ad un percorso di uscita dalla violenza quando
i servizi pubblici e privati rispondono in maniera adeguata e sono
guidati da una strategia politica territoriale gender oriented: in
questo modo, oltre ad essere operativi,  garantiscono anche una
adeguata formazione e conoscenza delle problematiche relative alla
violenza di genere; solo questo, oltre al supporto psicologico utile
a realizzare un percorso di uscita dalla violenza, può garantire la
realizzazione del punto F.
Terni Donne auspica una piena
collaborazione con i centri antiviolenza per promuovere lo sviluppo
delle relazioni solidali tra donne, mettendosi a disposizione anche
nell’individuazione di adeguati percorsi formativi..

Siamo felici di leggere finalmente una
proposta inerente l’urbanistica di genere, tema a Terni Donne molto
caro, poiché da sempre ci battiamo per creare la casa delle Donne
nel nostro territorio ossia l’istituzione e la gestione di uno
spazio fisico dedicato alle donne della città che promuova il self
empowerment, l’autodeterminazione e il benessere (fisico, mentale,
sociale, culturale) delle donne: Attraverso la casa delle Donne Terni
Donne vuole raggiungere i seguenti obiettivi, molti dei quali
contenuti anche nella parte generale di questa legge:
  • il Self empowerment, l’
    autodeterminazione e il benessere delle donne
  • la prevenzione e l’informazione
    circa i fenomeni di violenza e stalking, discriminazione, abusi –
    anche su minori
  • la promozione artistica e
    artigianale delle donne attraverso lo scambio di saperi e conoscenze
  • l’arricchimento culturale del
    territorio in particolare sulla cultura di genere
  • la facilitazione all’accesso alla
    rete dei servizi territoriali
  • il contrasto alla solitudine e
    all’isolamento di donne anche in condizioni particolari (madri di
    bambini disabili, donne migranti o senza rete parentale, disagio
    psichico o sociale…)
  • il contrasto della povertà e
    della violenza

A conclusione vorremmo
rivolgere una domanda alla Presidentessa  Marini:
quali
saranno i tempi e le modalità con i quali si andranno a rendere
operativi gli articoli?
Chiediamo con forza di agire con rapidità
e concretezza, per dare dignità e premiare il coraggio di tante
donne che in questa regione si adoperano ogni giorno nella
costruzione di una società migliore, al di là di ogni schematismo
ed orientamento politico.

Auspichiamo un reale e trasparente
percorso di partecipazione e confronto sui temi riportati nella
proposta di legge, sulle proposte qui avanzate da Terni Donne, dai
soggetti presenti oggi in questa sala e da quelli che parteciperanno
ai prossimi incontri: la Rete di associazioni, movimenti, gruppi
territoriali femminili e femministe,  è già esistente e lavora
da anni sul territorio umbro, nonostante venga poco ascoltata,
 poiché ciò che accomuna gli appartenenti a questa rete è la
volontà, nonostante tutto, di rendere le donne protagoniste della
loro vita, delle proprie scelte vedendo garantiti i propri diritti di
libertà ed autodeterminazione; ci auguriamo che questo sia il vero
obiettivo dell’operato della nostra regione.

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